
Noi con il coro che ha animato la messa
Una messa di due ore e mezza in swahili, in un villaggio fuori dalla missione, passata velocemente tra balli, canti ed urla che penso tra l’altro equivalgano queste urla alle nostre nonne che in chiesa paia debbano sputare un polmone tra il 3 ed il 4 acuto.
A fine di questa spendida messa abbiamo toccato con mano, per l’ennesima volta il “Karibu” tanzaniano, thè e pane, il pasto offertoci dopo la messa.
Un pasto che sapeva di sacrificio per la famiglia che c’è l’ha offerto, vista la povertà in cui siamo stati accolti.
Infatti il pensiero “Ma accettiamo o non accettiamo” c’è stato, poi vedendo l’insistenza ed il fatto che tutti, ospiti e padroni di casa compresi avesso davanti pane e thè ci ha fatto capire che non era segno di scortesia o di poca sensibilità accettare il pasto.

Molto emozionante il momento del’offertorio, prima eseguito come il nostro, ovvero con il dono monetario ma dopo secondo offertorio formato da beni materiali, ognuno portava qualcosa di proprio, penso per dare la possibilità anche a chi non ha soldi di donare qualcosa.
Il punto cruciale pero’, che diversifica il nostro offertorio dal loro, è il gesto, qui siamo noi ad andare verso l’altare per offrire, non è lui che ci raggiunge.